Shaktipat e Pranottana

Shaktipat è l’iniziazione divina che il Maestro da all’aspirante alla Liberazione. Il maestro trasmette tutta la sua conoscenza spirituale all’allievo per risvegliare il suo prana. Shaktipat da luogo a pranotthana (liberazione del prana), e da questo l’aspirante comincia a sperimentare lo Yoga spontaneo o Naturale. Ogni asana, pranayama, canto divino, e il samadhi stesso, arrivano in modo del tutto naturale. Solo attraverso pranottana è possibile iniziare veramente la via dello Yoga della Resa. Senza liberazione del prana, il corpo e l’intero processo yogico evolutivo, non avrà luogo. La volontà continuerà a dominare e mantenere il controllo sulla forza divina. Shaktipat non è un mircolo, ma una concessione o benedizione che arriva per grazia del Maestro o per grazia divina. In qualsiasi caso l’allievo deve essere pronto e maturo per ricevere tale iniziazione. Se non c’è la maturità, il prana non si risveglierà e tantomeno kundalini. Non solo, ma se l’allievo non è pronto, il prana presto si affievolirebbe fino a spegnersi nuovamente. Se invece l’aspirante è maturo, egli si arrenderà a Dio e si aprirà con fiducia a questo processo energetico. Allora lo Yoga Naturale ha inizio e con Shaktipat è anche l’inizio di un forte legame energetico con la discendenza di Maestri che hanno percorso la via dello Yoga Naturale.

Differenza fra pranotthana e movimento intuitivo

Capita che alcune persone confondono il movimento naturale generato dal risveglio del prana, con un movimento intuitivo guidato dalla mente. Fra le due cose c’è una differenza sostanziale. Il movimento intuitivo è un movimento che la persona fa, ispirata e guidata da una sua intuizione e un suo interiore senso di armonia. In questo caso la persona puo fare movimenti aggraziati e simili a quelli teatrali. Seguendo un suo intuito si muove in modo spontaneo, ma la sua mente è ancora attaccata al corpo e a quello che fa. Nella liberazione del prana che si ottiene attraverso Shaktipat (iniziazione dell’Insegnante di Yoga Naturale), la mente si stacca dal corpo e il prana fluisce muovendolo in modo naturale. Il movimento intuitivo e la liberazione del prana possono sembrare la stessa cosa, ma non lo sono. Nella liberazione del prana, il meditante non segue alcuna sua intuizione e i movimenti possono spesso uscire da una qualsiasi armonia e diventare anche catartici e disordinati. Tuttavia questo disordine ha una sua logica e una sua funzione purificatrice, sia del corpo che della mente. Una persona che segue il movimento intuitivo, non si sta in realtà arrendendo a Dio, e dopo qualche minuto, l’intuizione e l’ispirazione termineranno e si chiederà cosa deve fare a quel punto. Li inizierebbe la sua resa, ma questo accade solo se c’è una reale intenzione di arrendersi al Divino. In chi ha avuto Shaktipat, la resa a Dio è già iniziata e il movimento del prana guiderà la sua pratica di Yoga Naturale. Anche quando alcuni movimenti si arresteranno, il praticante non avrà dubbi sul fatto che anche l’inerzia o il corpo fermo e addirittura il sonno, facciano parte del processo di resa. Il praticante di Yoga Naturale rinuncia alla propria volontà e al controllo del proprio ego e accetta ciò che Dio è in quell’esatto momento. Nello Yoga Naturale si impara a fidarsi del movimento di prana shakty. Questa energia ha una sua funzione e il suo agire è più intelligente di quanto si possa immaginare. Prana Shakty è il movimento evolutivo che ci spinge verso l’Unione. L’Unione è la Verità di ciò che siamo e di ciò che Dio o la vita sono. Questi sono solo sinonimi. Quando accettiamo o facciamo esperienza che noi e Dio siamo la stessa cosa e sperimenttiamo l’Unità di tutte le cose e l’Unità con noi stessi, allora arrenderci diventa più facile. Sappiamo a cosa ci stiamo arrendendo e questo facilità la sconfitta dell’ego. Ci arrendiamo per raggiungere la vera felicitò che deriva solo dall’Unione con la Verità.

Vi lascio alle parole di Kripalvananda riguardo a Shaktipat

SAKTIPATA O PRANOTTHANA

I Tantra usano il termine saktipata o saktisankara. Questo stesso rituale è chiamato anugraha (grazia) nel baktiyoga e nello jñanayoga. Il Guru esperto concede lo saktipata con uno dei seguenti quattro metodi: sguardo, parola, tocco, voto. A causa dello saktipata ha luogo il pranotthana [la liberazione del prana]. Anticamente un Guru yogi avrebbe concesso saktipata, soltanto se necessario, ai discepoli avanzati che desiderano unicamente la liberazione. Quindi i discepoli avrebbero sperimentato il prodursi spontaneo e automatico di vari processi yogici. Un tale discepolo dunque non avrebbe avuto bisogno di apprendere lo yoga da un Guru, e avrebbe potuto praticare la propria sadhana da solo. Non si può raggiungere la fine del sentiero yogico senza pranotthana. Pranotthana è necessario indipendentemente dal tipo di yoga che si pratica. Pranotthana può essere sperimentato attraverso potenti pratiche di jñanayoga e bhaktiyoga anche senza l’influenza di un Guru, e in questo modo può essere risvegliata anche kundalini sakti. Tuttavia in questo caso il sadhaka non sarà in grado di interpretare correttamente, in accordo con i principi yogici, i processi che stanno avendo luogo; il suo progresso sarà perciò ostacolato dal dubbio. Se si desidera calcare questa via, è necessario essere guidati da un Guru esperto. Vale la pena di chiarire che il Guru che concede lo saktipata non deve necessariamente essere uno yogi perfetto. Qualsiasi Guru, se è soddisfatto del suo sadhaka ordinario, può insegnare a lui la scienza dello saktipata, avendo provveduto che il sadhaka abbia ottenuto pranotthana attraverso lo saktipata almeno quattro giorni prima. Un tale sadhaka può a sua volta concedere lo saktipata a cento persone contemporaneamente, ma non sarà in grado, a causa della sua incompleta conoscenza dello yoga, di guidare correttamente i sadhaka di più livello avanzato. Ai tempi d’oggi la maggior parte degli yogi che concede lo saktipata crede che il pranotthana che segue questa iniziazione sia il risveglio della kundalini. Questa è una pura illusione! Kundalini si risvegliata definitivamente dopo il pranotthana, ma ciò avviene solamente per benedizione del proprio Guru o di Dio. Nelle fasi iniziali è il prana che sale nel corpo, non kundalini. In seguito la kundalini grossolana deflora i vari cakra e i granthi. Quando i cakra sono stati deflorati, prana e apana, che cominciano ad avere direzione ascendente, fluiscono ininterrottamente in susumna, e suksma kundalini [kundalini sottile] sostituisce sthula kundalini [kundalini grossolana] sotto forma di prana e apana che fluiscono verso l’alto. Allora sakticalanamudra perde la sua forma originale e diventa yonimudra……

………Il sadhaka che ha ricevuto lo saktipata sperimenta anzitutto il pranotthana che dà luogo, durante il dhyana, ad una varietà di attività: eccitazione, tremori, dondolii; c’è chi esegue asana, mudra, si siede e poi rotea dondolandosi sulle natiche, o salta come una rana, danza, fa pranayama, ripete «Rama», «AUM» o altri mantra, ripete il nome di Dio, canta musica classica indiana, mormora, piange, ride, ruggisce, grida; alcuni siedono in bhunamanasana, o stanno a lungo in matsyasana [posizione del pesce], o savasana [posizione del cadavere] o altre asana; alcuni hanno visioni luminose, o terrificanti, o vedono flussi di luce, colori, hanno apparizioni fugaci di varie lila di Dio, visioni di dei e dee, o del loro Guru, alcuni scivolano nel sonno, o sperimentano il sonno yogico, o svengono, o perdono il controllo della minzione, o hanno un’eiaculazione. Si attuano in questo modo molti processi fisici che conducono il sadhaka nelle regioni misteriose di dhyana. Questi sono soltanto normali esperienze sul sentiero dello yoga. Nello Srimad Bhagavata è data una descrizione della grazia nell’iniziazione tramite saktipata. Nella suddetta scrittura Dio descrive la condizione del devoto che medita: «Finché il corpo non è in uno stato piacevole e la mente non è piena di letizia, fino a che non sgorghino dagli occhi le lacrime di gioia, e fino a che la mente non è piena di devozione», il sadhaka non ha possibilità di purificarsi; e ancora: «O Uddhava! La voce del mio devoto è benedetta dalla compassione, il suo cuore si scioglie, i suoi occhi sono pieni di lacrime, egli ride fragorosamente, e canta e danza senza inibizione. Un tale devoto non soltanto purifica la propria mente, ma aiuta a purificare l’intero Samsara». «I grandi devoti di Dio recano nella loro mente solamente il loro immenso desiderio per Dio, per le Sue lila e le Sue virtù. Essi cantano disinibiti le lodi al Signore senza vergogna alcuna, vagando per il mondo con totale distacco». «Saldo nei propri voti e col pensiero rivolto a Dio soltanto, il sadhaka canta lodi al Signore. Con la mente che brama Dio, egli diviene folle e dà libero sfogo a riso e pianto; inoltre grida, canta, danza, incurante del giudizio della gente»4. Queste manifestazioni segnano l’inizio del sabijasamadhi, tuttavia i sadhaka che le sperimentano non sono in grado di riconoscere Dio quando sta loro di fronte. Solo un sadhaka avanzato può riconoscere completamente la rivelazione di Dio. L’iniziazione tramite saktipata è descritta nelle Purana, come la Siva Purana, nelle Upanisad come Yogavasistha e Mandalabrahmana, nel Narada Bhaktisutra , e nelle scritture tantriche. Il sadhaka, a causa delle varie esperienze che attraversa sul sentiero dello yoga, diviene pieno di fede, coraggio, pazienza, conoscenza, entusiasmo, devozione per il Guru, per le scritture e anela a Dio. All’inizio il sadhaka sperimenterà asana, mudra e pra_ayama. Più avanti andrà a conoscere i cakra inferiori e quelli centrali. Quando alla fine sperimenta i cakra superiori, conoscerà brahmagranthi (il nodo della creazione), visnugranthi (il nodo della sopravvivenza) rudragranthi (nodo della trasformazione) e anahatanada, jyoti pratyahara, dharana, dhyana e samadhi. In questo modo il sadhaka ottiene la saggezza yogica e quindi procederà velocemente sul sentiero dello yoga.

Avanzando nella sadhana, il sadhaka continua ad avere esperienze simili ma queste si presentano in forme nuove. Il sadhaka principiante non deve quindi credere che le proprie esperienze siano necessariamente quelle definitive. Esistono fondamentalmente tre principali livelli di esperienze yogiche: l’inferiore, il medio e il superiore. Un’esperienza di livello superiore produce risultati concreti e assume la stessa forma per quasi tutti i sadhaka. Le esperienze di medio e basso livello avvengono in forme imperfette e mutano nel tempo. Anche se le scritture yogiche descrivono asana, mudra, pranayama, pratyahara, dharana e dhyana, non troverete una loro descrizione dettagliata da nessuna parte. Le descrizioni date dalle scritture sono brevi ed offrono solo gli elementi salienti; le scritture infatti riportano soltanto le esperienze finali. Poiché è impossibile descrivere Dio, è allo stesso modo impossibile descrivere le esperienze yogiche. Se Dio potesse essere descritto, allora le esperienze yogiche potrebbero essere descritte adeguatamente. La mente è serena e illimitata, e così Dio è infinito e illimitato. Quando la mente è immota, in che modo può prodursi parola? La parola esprime esperienze legate agli organi di senso, non esperienze sottili indipendenti dagli organi di senso. L’iniziazione tramite saktipata è uguale a quella del sanyasa (rinuncia). In entrambi i casi l’aspirante abbandona i risultati delle azioni. Saktipata è anche iniziazione al niskamakarmayoga in cui il sadhaka deve sforzarsi di diventare un urdhvareta. Il sadhaka sakama può guidare la propria sadhana con disciplina e con un celibato moderato. Il sadhaka che ha ricevuto l’iniziazione tramite saktipata non usa le scritture come guida per le pratiche yogiche. Egli le legge soltanto per monitorare le proprie esperienze, ossia per vedere se esse corrispondono a quelle descritte nei testi sacri; quando vi trova corrispondenza, ne trae entusiasmo ed ispirazione, allora il progresso della propria sadhana risulta accelerato. Grande piacere deriva dal dimorare nelle scritture, tuttavia se il sadhaka non trovasse in esse conferma delle proprie esperienze, il vero mistero della loro grazia continuerà a sconcertarlo. I predicatori che non comprendono il punto di vista delle antiche scritture le diffamano. Tali predicatori paiono in apparenza molto umili, ma in verità sono egocentrici, bramosi di affermare la propria grandezza e segretamente convinti che le proprie esperienze siano definitive. Il sadhaka che rispetta le scritture, comincia con l’elogiare le esperienze dei grandi maestri dell’antichità ed opera affinché il ruolo delle sacre scritture nella società si espanda. Le scritture continuano ad esistere per la loro eccelsa qualità e perché in esse è esposta la Verità. Nei tempi antichi furono scritti molti libri ordinari, ma malgrado gli sforzi di preservarli, molti di essi sono andati perduti e nemmeno i loro titoli sono oggi giunti a noi. Di contro, oggi molta gente fa grandi sforzi per avere accesso a scritture non disponibili. Supponiamo che le antiche scritture contengano qualche errore, ciò nonostante esse sarebbero ancora largamente usate perché ognuno deve giudicare da sé la loro veracità o falsità. Ma anche il proprio giudizio dev’essere continuamente verificato sull’altare della propria diretta sperimentazione. Lo yoga non è una fede o una filosofia. Lo yoga è l’altare su cui fede e filosofia vengono direttamente verificate dall’aspirante.

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